Ascolta Future Soul su Spotify
Tracklist: Crazy Cryin'; I Got You; Who Am I; Hero; What In The World; Future Soul; Under The Knife; Be Kind; Devil Be Gone; Shout Out; Ride On
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English version
It was released yesterday by Fantasy Records Future Soul, the sixth studio album by the Tedeschi Trucks Band, after Mad Dogs & Englishmen Revisited (Live At Lockn') was released last September. Four years after the monumental I Am the Moon — an ambitious and layered project, divided into four chapters — the collective led by Susan Tedeschi and Derek Trucks is changing its perspective. While the previous work was introspective, almost spiritual, the new chapter is avowedly extroverted, direct, built to communicate immediately. An album with a more compact, more refined sound, and above all where the tendency towards instrumental digression finds less space; more songs in the classical sense of the term. That does not mean that we have to talk about a commercial breakthrough, far from it. The approach to writing songs has simply changed, shorter and more direct, without frills. The opening with Crazy Cryin’ immediately clarifies the intent: a well-chosen riff, funky and prominent horns and the voice of Susan Tedeschi, who seems to continue to improve and a strigato solo by Derek Trucks. We continue with the two songs chosen as singles (I Got You and Who Am I); the first, written by singer Mike Mattison, is pleasant and sunny, while the second is more intimate and thoughtful and once again highlights Susan Tedeschi's uvula. The following Hero is among the most interesting moments of the album, with a progressively increasing pace and, at the risk of sounding boring, with another great performance by Susan Tedeschi. The song returns to a subdued atmosphere with the brief, suspended, and melancholic What in the World. Then comes the title track, Future Soul, and the shot rises again with the rock coming in powerfully and the guitar dictating the way; another excellent song. On Under the Knife, Mike Mattison takes over the vocals; the move is toward a more manneristic rock style, where the excellent horn arrangement stands out; Be Kind isn't bad, but it's nothing more, perhaps the most normal or the least fitting track, no matter where you analyze it. The blues resurfaces on Devil Be Gone with a beautiful solo by Trucks that embellishes it, and we get to the end of the album. The last two songs are linked by a sense of relative tranquility: Shout Out, almost dramatic with its choral nuances and the short gem of Ride On, which closes the album with the notes of the guitar, and there could have been no better way. Those looking for long jams and improvisations may not find them here, but they can indulge in appreciating them in concert. The band may have entered a more accessible phase, but they did so without betraying their soul. And if the future still has a soul, we can only hope for a new European tour, perhaps an Italian one (after the last one in 2019); we want to get back to listening to these champions of overseas rock.
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Tracklist: Crazy Cryin'; I Got You; Who Am I; Hero; What In The World; Future Soul; Under The Knife; Be Kind; Devil Be Gone; Shout Out; Ride On
Mike Mattison & Trash Magic - Turn a midnight corner
(Landslide Records - 2026)
Con
oltre vent’anni di militanza nella Tedeschi Trucks Band e nella
Derek Trucks Band, il cantante e chitarrista Mike Mattison è una
figura ben nota nel panorama blues contemporaneo. Vincitore del
Minnesota Grammy Award, l’artista torna ora con il suo terzo lavoro
solista, Turn a midnight corner, disco che unisce
energia roots e narrazione concettuale. L’album immagina
la storia di Ted ‘n’ Turk, un duo blues rurale fittizio degli
anni ’30 “riscoperto” negli anni Settanta e riunito per
reincidere i vecchi brani pubblicati originariamente su 78 giri.
Quella che dovrebbe essere una celebrazione tardiva del loro passato
si trasforma però in qualcosa di più ambiguo: rivalità, denaro,
ambizioni e vecchi rancori finiscono per contaminare il ritorno sulle
scene. Prodotto dallo stesso Mattison insieme a Jason
Kingsland, il disco presenta
dodici brani. Mattison guida
il progetto alla voce e alla chitarra acustica, affiancato da una
band che per l’occasione prende il nome di Trash Magic formata dai chitarristi Dave Yoke e
Greg Spradlin; dal batterista Tyler “The Falcon” Greenwell e dal bassista tastierista Wesley Flowers. Tra i brani l’apertura
con Going Down the Alley è immediatamente trascinante. Il
brano avanza con un ritmo stomp che mescola country-western e blues
elettrico. L’energia prosegue con And I’m Gone,
che corre su un groove nervoso a metà strada tra l’irruenza dei
The Blasters e il boogie ruvido degli ZZ Top. When I Was Loaded procede con un groove lento e
denso, dove le chitarre si rincorrono sopra una base ritmica
compatta, ricordando l’atmosfera dei The Fabulous Thunderbirds. Altro momento convincente è Homesick Lullaby,
dove la voce assume una tinta malinconica e narrativa. Ed ancora tra gli episodi più riusciti
c’è anche Be Like a Train, brano dal passo inarrestabile che
sembra correre sui binari del roots americano, evocando atmosfere
care alla tradizione folk-blues. Le chitarre incendiano il brano con fraseggi ruvidi mentre
la ritmica resta solida e pulsante. Il lato più diretto e
rock emerge invece in Lookee Here, garage-blues sporco ed immediato. Nel finale troviamo l'energica Sore Losers e la ballata acustica Wait for Lola, più intima e quasi da front porch
americana. Turn a midnight corner è un lavoro che vive
soprattutto della sua energia: groove solidi, chitarre taglienti ed una band che suona con grande coesione; un disco blues-rock vigoroso e sincero,
capace di mescolare tradizione e modernità con
naturalezza.
Ascolta Turn a midnight corner su Spotify
Tracklist: Going down the alley; Get it back; And I'm gone; When I was loaded; Traveler; Homesick lullaby; Be like a train; Lookee here; I can't stand it; Oh, be warry; Sore losers; Waiting for Lola
Arti & Mestieri / D-brane
Ci sono dischi che nascono da un’idea musicale e altri che nascono
da una memoria. Love Songs from Abruzzo, il nuovo lavoro del
batterista Lorenzo Tucci, appartiene decisamente alla seconda
categoria: un progetto che affonda le radici nella tradizione
popolare abruzzese e la riporta alla luce attraverso il linguaggio
aperto e creativo del jazz contemporaneo.
Pubblicato dalle
etichette Jando Music e Via Veneto Jazz, il disco nasce anche da una
suggestione particolare: un incontro con il compositore Ennio Morricone, che confidò a Tucci quanto apprezzasse le
melodie della sua terra. Un’osservazione semplice, ma sufficiente
per lasciare un seme destinato a germogliare nel tempo.
Per
dare forma a questo viaggio musicale Tucci, batterista tra i più rappresentativi della scena italiana, porta in questo lavoro la maturità di oltre trent’anni di carriera
e collaborazioni con artisti tra gli altri come Chet Baker, Kenny Wheeler e Dave Liebman, scegliedo la formula
essenziale del trio, affiancato da due musicisti tra i più sensibili
della scena italiana: il pianista Claudio Filippini ed il
contrabbassista Jacopo Ferrazza. Una formazione che privilegia
l’interplay, la libertà espressiva e la costruzione collettiva del
suono.
Il risultato non è un’operazione folkloristica e neppure un semplice tributo alla tradizione. Le melodie popolari
diventano piuttosto materia viva, punto di partenza per
improvvisazioni, variazioni ritmiche e dialoghi strumentali che
trasformano questi canti in veri e propri paesaggi sonori
contemporanei.
Nel corso dell’ascolto emerge chiaramente
come Tucci abbia voluto raccontare qualcosa di molto personale: i
suoni dell’infanzia, le atmosfere della sua terra, l’eco d'una
tradizione che continua a vivere e trasformarsi. Le montagne, il mare
Adriatico, i trabocchi ed i paesaggi dell’Abruzzo sembrano affiorare
tra le pieghe della musica, evocati più che descritti.
Il
drumming di Tucci rimane uno degli elementi più riconoscibili del
suo stile: energico ma sempre raffinato, capace di sostenere il
dialogo del trio con sensibilità dinamica e grande attenzione alle
sfumature. Con Love Songs from Abruzzo Lorenzo Tucci firma un
disco che è allo stesso tempo un ritorno alle radici e una
dichiarazione di libertà creativa. La tradizione popolare diventa
materia jazzistica, aperta alla reinterpretazione e
all’improvvisazione.
Il trio con Claudio Filippini e
Jacopo Ferrazza dimostra grande affiatamento e sensibilità,
riuscendo a mantenere sempre un equilibrio tra rispetto del materiale
originario e ricerca sonora.
Un lavoro che parla di
identità e memoria, ma che allo stesso tempo si inserisce con
naturalezza nel linguaggio universale del jazz.
Ascolta Love Songs from Abruzzo su Spotify
Tracklist: Vola vola vola; Paese me; Tutte le funtanelle; L'acquabbelle; Mare nostre; Na casetta a La Maiella; Lu 'bbene che j' te vuje; Din don
Sgomberiamo subito il campo da possibili fraintendimenti; non si tratta di un’operazione nostalgica, non è un sequel e neppure una ripetizione. Atlantide 2025 nasce come rilettura contemporanea di Atlantide, uno dei manifesti del progressive italiano dei primi anni ’70, ma sceglie consapevolmente di non vivere di riflesso. Nel 1972 il trio composto da Joe Vescovi, Arvid Andersen e Furio Chirico trasformava I Trip in una creatura prog visionaria, dopo gli esordi beat e psichedelici segnati anche dalla presenza di Ritchie Blackmore. Quel passaggio segnò uno scarto identitario netto: meno influenza britannica di maniera, più ambizione strutturale, più tensione concettuale. Oggi, a oltre cinquant’anni di distanza, l’unico membro sopravvissuto di quella stagione torna su quel materiale non per celebrarlo, ma per interrogarlo. E le parole sono chiare: “Il mondo non è cambiato dal 1972. Anzi, è solo peggiorato. Siamo solo diventati più arrabbiati.” Questa rabbia, più matura e meno idealista, attraversa l’intero album. L’impianto ricalca quello dell’opera originale, ma la scrittura e in particolare gli arrangiamenti puntano su un impatto più diretto e muscolare. Le parti di chitarra assumono un ruolo più incisivo, la sezione ritmica è più compatta, meno dilatata rispetto alle soluzioni tipicamente settantiane. L’apertura con “Ouverture 2025”, brano inedito dedicato a Joe Vescovi, è una dichiarazione programmatica: non semplice citazione, ma atto di continuità spirituale. È un ponte emotivo tra due epoche, non un esercizio di filologia prog. Laddove l’Atlantide del 1972 era figlia di un’utopia ancora in costruzione, qui il clima è più disilluso. Il senso di déjà vu evocato dal concept non è solo musicale, ma storico: la sensazione che nulla sia davvero cambiato, se non la consapevolezza. Elemento di grande valore è il mini doc-film incluso, accessibile tramite QR code e passcode. Si tratta di circa 17 minuti di materiali inediti del 1972 che mostrano il trio al lavoro nella leggendaria Villa Rosso, tra registrazioni, momenti di vita quotidiana e interviste d’epoca. Non è un semplice extra: è una chiave interpretativa. Vedere quei frammenti oggi permette di cogliere meglio il senso di questa nuova operazione. Non si tratta di archeologia musicale, ma di continuità culturale. Va ricordato che Furio Chirico non è solo memoria storica dei Trip, ma anche fondatore degli Arti & Mestieri, realtà che ha portato la ricerca ritmica e tecnica del prog italiano verso territori ancora più sofisticati. In Atlantide 2025, pubblicato prima in Giappone e più di recente in Europa, questa doppia anima si percepisce: da un lato l’eredità sinfonica, dall’altro una maggiore solidità strutturale ed un controllo dinamico più moderno. Il gruppo, che si appresta ad affrontare alcune date in Giappone a fine aprile, è composto da: Furio Chirico (battera e percussiuoni); Paolo "Silver" Silvestri (tastiere); Giuseppe "Gius" Lanari (basso e voce), ora sostituito da Alessio Trapella e Marco Rostagno (chitarre). Non è questione di confrontarlo con il 1972 sul piano romantico. Va ascoltato oggi. È un disco che dialoga con la propria storia senza farsi schiacciare dal peso del mito. È meno ingenuo, più consapevole, forse più duro. E proprio per questo necessario.
Tracklist: Ouverture 2025; Atlantide; Evoluzione; Leader; Energia; Ora X; Analisi; Distruzione; Il Vuoto; Coral (bonus track per la versione giapponese)
Van Morrison - Somebody tried to sell me a bridge
(Orangefield Records - 2026)
Dopo il sorprendente ed acclamato disco di inediti Remembering Now, che ha ricordato a tutti perché Van Morrison resti una figura centrale della musica contemporanea, il Leone di Belfast si rituffa nel blues. Con Somebody Tried To Sell Me A Bridge, uscito nei giorni scorsi per la sua Orangefield Records, Morrison torna là dove tutto è iniziato: il blues come matrice primaria, come linguaggio dell’anima prima ancora che forma musicale. Registrato con la cura sonora dei fidatissimi Jim Stern e Ben McAuley, l’album è un lavoro corposo (20 tracce per circa 75 minuti), che suona come una dichiarazione d’amore verso i padri fondatori del genere. Non si tratta di un’operazione nostalgica, ma di un’immersione consapevole e vitale in una tradizione che l'artista ha sempre portato dentro di sé, filtrandola attraverso il suo inconfondibile lirismo mistico e la sua voce segnata dal tempo, oggi più ruvida ed autorevole che mai. Ed a ottant’anni compiuti, realizza forse il suo disco blues più sentito, che alterna composizioni originali a reinterpretazioni di classici firmati da Eddie Vinson, Junior Wells, Fats Domino, Chuck Willis, Lead Belly, Sonny Terry, Brownie McGhee, B.B. King e Buddy Guy, quest’ultimo coinvolto direttamente nel progetto. Il cast è di quelli che fanno la differenza: Taj Mahal, Elvin Bishop (storico chitarrista della Paul Butterfield Blues Band), alla batteria Larry Vann, al piano Mitch Woods, Anthony Paule (leader della Anthony Paule Soul Orchestra) e collaboratori di lunga data come John Allair, David Hayes e Bobby Ruggerio. Ognuno porta un frammento autentico di blues, contribuendo a un suono caldo, organico, mai patinato. L’apertura è affidata a Kidney Stew Blues di Eddie Vinson, con il sax a richiamare subito l’epoca d’oro del rhythm’n’blues. Tra i momenti più intensi spiccano brani originali come King For a Day Blues, Can’t Help Myself e Deep Blue Sea, dove Morrison dimostra di saper scrivere blues con la stessa naturalezza con cui lo interpreta. Tra le riletture più riuscite c’è Ain’t That a Shame di Fats Domino: Morrison ne rallenta il tempo, arricchisce l’arrangiamento con un coro gospel e trasforma un classico del 1956 in una meditazione soul dal sapore crepuscolare. Notevole anche On a Monday di Lead Belly, rivisitata con la voce di Taj Mahal, armonica e banjo, in un dialogo tra generazioni che suona sorprendentemente attuale. A chiudere il disco è Rock Me Baby di B.B. King. Affrontare un simile monumento non è impresa facile, e Morrison lo sa bene: per questo affida l’assolo decisivo a Buddy Guy, che firma un finale emozionante e rispettoso, capace di dare nuova linfa ad un brano leggendario senza tradirne lo spirito. Morrison riafferma qui il suo legame indissolubile con il blues, genere che più di ogni altro ha plasmato la sua identità artistica. Il musicista dal 17 al 23 febbraio 2026 porterà questo spirito blues sul palco del Palace of Fine Arts di San Francisco, città simbolo per il genere. Somebody Tried To Sell Me A Bridge non è solo un ritorno alle origini: è la conferma che, anche a ottant’anni, Van Morrison continua a suonare la musica che sente, senza compromessi, con profondità emotiva e autenticità assoluta. Un disco destinato a lasciare il segno.
Ascolta Somebody tried to sell me a bridge su Spotify
Tracklist: Kidney Stew Blues; King for a Day Blues; Snatch It Back and Hold It; Deep Blue Sea; Ain't That a Shame; Madame Butterfly Blues; Can't Help Myself; Betty and Dupree; Delia's Gone; On a Monday; Monte Carlo Blues; When It's Love Time; Loving Memories; Play the Honky Tonks; (Go to The) High Place in Your Mind; Social Climbing Scene; Somebody Tried to Sell Me a Bridge; You're the One; I'm Ready; Rock Me Baby
Bernardo Lanzetti - Inseguendo il Maestro (Nar Internazional distr. Warner - 2026) Ci sono artisti che, raggiunta una certa età anagraf...