lunedì 27 aprile 2026

Hunka Munka - Demoni e dei

 Hunka Munka - Demoni e dei


 (M.P. Records - 2026)
 
A cinque anni dal precedente Foreste Interstellari tornano gli Hunka Munka, progetto guidato da Roberto Carlotto che nel tempo è diventato sempre più una vera band grazie alla presenza stabile del tastierista e produttore Joey Mauro. Il nuovo album si intitola Demoni e Dei e sviluppa un tema universale: l’eterna contrapposizione tra luce e oscurità, bene e male, con una narrazione musicale che alterna momenti riflessivi ad altri decisamente più energici. Il disco rappresenta anche una sorta di ponte tra passato e presente nella lunga carriera di Carlotto, musicista attivo fin dalla fine degli anni Sessanta. Dopo gli inizi con gruppi come Big 66 e Cuccioli e la collaborazione con Ivan Graziani negli Anonima Sound Ltd., nel 1972 pubblicò il suo primo album solista Dedicato a Giovanna G., disco rimasto nella memoria anche per la particolare confezione dell’LP a forma di WC. Successivamente Carlotto entrò nei Dik Dik come tastierista, rimanendo nella storica formazione dal 1974 al 1977. Non a caso Demoni e Dei recupera alcuni brani di quel periodo, riproposti oggi con arrangiamenti più robusti e attuali. Il disco si apre con Addio dolce Edel, breve introduzione atmosferica che prepara l’ascoltatore al viaggio musicale dell’album. Subito dopo arriva Ossessioni, uno dei brani provenienti dal periodo Dik Dik, qui riproposto con un sound più deciso, dove le tastiere di Mauro e le chitarre di Gianluca Quinto creano una tensione rock molto efficace. Cavalli alati, impreziosita dall’assolo di Andrea Rinaldi, rappresenta uno dei momenti più dinamici del disco, con una struttura che richiama il prog melodico ma con una spinta decisamente hard rock. Il clima cambia con Justine, breve intermezzo che funge quasi da passaggio narrativo tra i brani più strutturati. Con L’aeroplano d’argento si torna direttamente al repertorio storico di Carlotto: il brano mantiene il fascino dell’originale ma viene arricchito da un arrangiamento più moderno e potente. Ancora più suggestiva è Cattedrali di bambù, uno dei momenti più atmosferici dell’album, dove le tastiere costruiscono un paesaggio sonoro quasi cinematografico. Nati sotto una stella solitaria è un altro breve episodio che prepara l’ingresso di La vendetta degli dei, brano che rappresenta uno dei vertici del disco per intensità e costruzione musicale. Qui emerge con forza la direzione artistica di Joey Mauro, capacedi fondere tastiere progressive e impatto rock. Con E lo chiami vivere il disco torna su territori più melodici, mentre Una tranquillità apparente – Il comico triste sviluppa un’atmosfera sospesa e teatrale che arricchisce ulteriormente la varietà dell’album. Il momento centrale del lavoro arriva con Demoni, il brano più lungo della tracklist: oltre sette minuti in cui gli Hunka Munka sviluppano pienamente la loro idea di hard-prog melodico, alternando passaggi più intensi a sezioni di grande respiro musicale. La chiusura è affidata a Danza Macabra, che conclude il disco con un’atmosfera quasi rituale, coerente con il tema portante dell’album. Demoni e Dei è un disco che unisce memoria storica e nuova energia, riportando alla luce alcuni brani del passato di Roberto Carlotto e inserendoli in un contesto sonoro moderno. Un lavoro ricco di atmosfere e di riferimenti al rock progressivo melodico, che conferma la vitalità degli Hunka Munka e la solidità della collaborazione tra Carlotto e Joey Mauro.  
 
Tracklist: Addio dolce Edel; Ossessioni; Cavali alati; Justine; L'aeroplano d'argento; Cattedrali di bambù; Nati sotto una stella solitaria; La vendetta degli dei; E lo chiami vevere; Una tranquillità apparente / Il comico triste; Demoni; Danza macabra
 
--------------------------------------------------------------------------------------------------
 
ENGLISH VERSION 
 
Five years after their previous album, Foreste Interstellari, Hunka Munka returns, a project led by Roberto Carlotto that has increasingly become a full-fledged band thanks to the stable presence of keyboardist and producer Joey Mauro. The new album is titled Demoni e Dei (Demons and Gods) and explores a universal theme: the eternal contrast between light and darkness, good and evil, with a musical narrative that alternates reflective moments with decidedly more energetic ones. The album also represents a sort of bridge between past and present in the long career of Carlotto, a musician active since the late 1960s. After starting out with groups like Big 66 and Cuccioli and collaborating with Ivan Graziani in Anonima Sound Ltd., in 1972 he released his first solo album, Dedicato a Giovanna G., an album that has remained in memory also for its unique toilet-shaped LP packaging. Carlotto later joined Dik Dik as keyboardist, remaining with the historic band from 1974 to 1977. It's no coincidence that Demoni e Dei revives some songs from that period, reinterpreting them today with more robust and contemporary arrangements. The album opens with Addio dolce Edel, a brief, atmospheric introduction that prepares the listener for the album's musical journey. Immediately after, "Ossessioni" arrives, one of the songs from the Dik Dik period, presented here with a more assertive sound, where Mauro's keyboards and Gianluca Quinto's guitars create a very effective rock tension. "Cavalli alati," enhanced by Andrea Rinaldi's solo, represents one of the album's most dynamic moments, with a structure reminiscent of melodic prog but with a decidedly hard rock edge. The mood changes with "Justine," a brief interlude that almost acts as a narrative transition between the more structured songs. "L'aereo d'argento" returns directly to Carlotto's classic repertoire: the song retains the charm of the original but is enriched with a more modern and powerful arrangement. Even more evocative is "Cattedrali di bambino," one of the album's most atmospheric moments, where the keyboards construct an almost cinematic soundscape. Born under a solitary star is another short episode that prepares the entrance of La vendetta degli dei, a song that represents one of the album's peaks in terms of intensity and musical construction. Joey Mauro's artistic direction is clearly evident here, blending progressive keyboards with a rock edge. With "E lo chiami vivere," the album returns to more melodic territory, while "Una tranquillo esistente – Il comico triste" develops a suspended, theatrical atmosphere that further enriches the album's variety. The album's pivotal moment comes with "Demoni," the longest track on the tracklist: over seven minutes in which Hunka Munka fully develop their concept of melodic hard prog, alternating more intense passages with sections of greater musical breadth. "Danza Macabra" closes the album with an almost ritualistic atmosphere, consistent with the album's underlying theme. "Demoni e Dei" is an album that combines historical memory and new energy, bringing to light some of Roberto Carlotto's past songs and placing them in a modern sonic context. A work rich in atmosphere and references to melodic progressive rock, it confirms the vitality of Hunka Munka and the solidity of the collaboration between Carlotto and Joey Mauro.

Tracklist: Addio dolce Edel; Ossessioni; Cavali alati; Justine; L'aeroplano d'argento; Cattedrali di bambù; Nati sotto una stella solitaria; La vendetta degli dei; E lo chiami vevere; Una tranquillità apparente / Il comico triste; Demoni; Danza macabra

 


mercoledì 15 aprile 2026

ExpiatoriA - Il Segno del Comando / Voci notturne

 ExpiatoriA - Il Segno del Comando / Voci notturne


 (Black Widow Records - 2026)
 
Non ricordavo sinceramente dell'esistenza del formato “split”, che diverso tempo fa pare abbia rappresentato  una piccola gemma per appassionati e collezionisti: più band, brani inediti ed un fascino underground che ancora oggi mantiene intatta tutta la sua magia. E dunque ecco qui questo salto all'indietro con Voci Notturne, che grazie alla Black Widow Records, label genovese da sempre attenta al progressive più oscuro e al doom dalle atmosfere evocative, riunisce in questo progetto due realtà importanti della propria scuderia: ExpiatoriA e Il Segno del Comando. Il risultato è un album ispirato alla miniserie televisiva Voci Notturne, opera del 1995 firmata da Pupi Avati che nel tempo è diventata un piccolo cult del mistero italiano. Il disco contiene sette tracce – tre degli ExpiatoriA e quattro de Il Segno del Comando – per circa quarantacinque minuti di musica, registrati tra il 2023 e il 2025 presso gli Evilcation Studios con Edoardo Napoli (che ha curato anche mix e mastering). E' uscito in digitale sulla piattaforma Bandcamp nel mese di marzo ed in  formato fisico, con CD e vinile, quest’ultimo stampato inizialmente in sole cento copie. Aprono il lavoro gli ExpiatoriA, formazione prog doom epic metal composta da AngeleX alla voce, Massimo Malachina e Roberto Lucanato  alla chitarra, Giambattista Malachina al basso ed Enrico Meloni alla batteria. Emily introduce immediatamente l’ascoltatore nelle atmosfere della serie grazie al narrato originale del telefilm. Il brano procede con passo solenne e pesante ed il doom emerge in tutta la sua intensità. Il cantato di AngeleX è intenso e quasi teatrale, mentre i riff granitici si intrecciano con una sezione ritmica dinamica e con un assolo di chitarra dal gusto decisamente ottantiano. Con Sublicius la band conferma il proprio ottimo stato di forma, evocando atmosfere che rimandano ai maestri del doom epico come i Candlemass. Il brano assume quasi un carattere liturgico e solenne. A chiudere il lotto dei pezzi degli ExpiatoriA arriva La Canzone di Lady Valover, episodio più riflessivo costruito su arpeggi suggestivi ed un cantato più controllato, che conduce a un finale strumentale molto efficace. La seconda parte dello split è affidata a Il Segno del Comando, storica formazione progressive guidata dal bassista Diego Banchero; ritroviamo Roberto Lucanato alla chitarra, Riccardo Morello alla voce, Davide Bruzzi a chitarra e tastiere, Beppi Menozzi alle tastiere e Paolo Serboli alla batteria. Con Le Due Vie il sound si sposta verso un progressive metal oscuro e ricercato, con strutture articolate e melodie arricchite dall’uso dei sintetizzatori. Il Crittogramma aumenta l’intensità sonora e mette in evidenza il lato più narrativo della band. Il cantato di Morello, con alcune sfumature che richiamano certa new wave anni Ottanta, accompagna un brano ricco di dettagli ed atmosfere. Segue Litania per Emily e Giacomo, il momento più intimo del disco, dove chitarre acustiche ed elettriche dialogano creando un clima sospeso e suggestivo. La chiusura è affidata alla strumentale Egregoro, che fonde progressive metal e suggestioni neo prog, chiudendo l’album con eleganza. Voci Notturne è uno split riuscito, che rende omaggio alla serie di Avati mantenendo al tempo stesso una forte identità musicale. Le due band interpretano lo stesso immaginario oscuro da prospettive diverse ma complementari, creando un lavoro coerente ed affascinante per gli amanti del prog e delle atmosfere più misteriose. 
 
 
Tracklist: ExpiatoriA / Emily; Sublicious; La canzone di Lady Valover; Il Segno del Comando / Le due vie; Il crittogramma; Litania per Emily e Giacomo; Egregoro 
 
--------------------------------------------------------------------------------------------------
ENGLISH VERSION 
 
I honestly didn't remember the existence of the "split" format, which some time ago seemed to have represented a little gem for enthusiasts and collectors: multiple bands, unreleased tracks, and an underground charm that still retains all its magic today. And so here is this leap back with Voci Notturne, which, thanks to Black Widow Records, a Genoese label that has always been attentive to the darkest progressive and atmospherically evocative doom, brings together in this project two important entities from its stable: ExpiatoriA and Il Segno del Comando. The result is an album inspired by the television miniseries Voci Notturne, a 1995 work by Pupi Avati that over time has become a small cult of Italian mystery. The album contains seven tracks – three by ExpiatoriA and four by Il Segno del Comando – for about forty-five minutes of music, recorded between 2023 and 2025 at Evilcation Studios with Edoardo Napoli (who also handled the mix and mastering). It was released digitally on the Bandcamp platform in March and in physical format, on CD and vinyl, the latter initially printed in only one hundred copies. The album opens with ExpiatoriA, a prog doom epic metal band composed of AngeleX on vocals, Massimo Malachina and Roberto Lucanato on guitar, Giambattista Malachina on bass and Enrico Meloni on drums. Emily immediately introduces the listener to the atmosphere of the series thanks to the original narration of the TV series. The song proceeds with a solemn and heavy step and the doom emerges in all its intensity. AngeleX's singing is intense and almost theatrical, while the granite riffs intertwine with a dynamic rhythm section and a guitar solo with a decidedly eighties flavour.With Sublicius, the band confirms its excellent form, evoking atmospheres reminiscent of epic doom masters like Candlemass. The song takes on an almost liturgical and solemn character. Closing out the batch of ExpiatoriA tracks is La Canzone di Lady Valover, a more reflective piece built on evocative arpeggios and more controlled vocals, leading to a highly effective instrumental finale. The second part of the split is entrusted to Il Segno del Comando, a historic progressive band led by bassist Diego Banchero; we find Roberto Lucanato on guitar, Riccardo Morello on vocals, Davide Bruzzi on guitar and keyboards, Beppi Menozzi on keyboards, and Paolo Serboli on drums. With Le Due Vie, the sound shifts toward a dark and refined progressive metal, with complex structures and melodies enriched by the use of synthesizers. Il Crittogramma increases the sonic intensity and highlights the band's more narrative side. Morello's vocals, with nuances reminiscent of 1980s new wave, accompany a song rich in detail and atmosphere. This is followed by "Litania per Emily e Giacomo," the album's most intimate moment, where acoustic and electric guitars interact, creating a suspended and evocative atmosphere. The closing track is the instrumental "Egregoro," which blends progressive metal and neo-prog influences, elegantly closing the album. "Voci Notturne" is a successful split, paying homage to Avati's series while maintaining a strong musical identity. The two bands interpret the same dark imagery from different yet complementary perspectives, creating a coherent and fascinating work for lovers of prog and more mysterious atmospheres. 
 
 
Tracklist: ExpiatoriA / Emily; Sublicious; La canzone di Lady Valover; Il Segno del Comando / Le due vie; Il crittogramma; Litania per Emily e Giacomo; Egregoro 





sabato 21 marzo 2026

Tedeschi Trucks Band - Future Soul

 Tedeschi Trucks Band - Future Soul


 (Fantasy Records - 2026)
 
E' stato pubblicato ieri da Fantasy Records Future Soul, sesto album in studio della Tedeschi Trucks Band, dopo che a settembre scorso era uscito Mad Dogs & Englishmen Revisited (Live At Lockn'). A quattro anni dal monumentale I Am the Moon — progetto ambizioso e stratificato, diviso in quattro capitoli — il collettivo che vede alla guida Susan Tedeschi e Derek Trucks cambia prospettiva. Mentre il lavoro precedente era introspettivo, quasi spirituale, il nuovo capitolo è dichiaratamente estroverso, diretto, costruito per comunicare subito. Un album dal suono più compatto, più rifinito, e soprattutto dove trova minor spazio la tendenza alla divagazione strumentale; più canzoni nel senso classico del termine. Non per questo è doveroso parlare di svolta commerciale, tutt'altro. E' semplicemente cambiato l'approccio alla scrittura dei brani, più brevi e diretti, senza fronzoli. L’apertura con Crazy Cryin’ chiarisce subito l’intento: riff azzeccato, funky e fiati in evidenza e la voce di Susan Tedeschi, che pare continui a migliorare ed uno strigato solo di Derek Trucks. Si prosegue con i due brani scelti come singoli (I Got You e Who Am I); gradevole e solare il primo a firma del cantante Mike Mattison mentre il secondo è più intimo e riflessivo e mette ancora in luce l'ugola di Susan Tedeschi. La successiva Hero è tra i momenti più interessanti del disco, con un ritmo che cresce progressivamente e, a rischio di sembrar noioso, con un'altra grande prova di Susan Tedeschi. Si torna ad un'atmosfera soffusa con la breve What in the World, sospesa e malinconica; poi arriva la title track Future Soul  ed il tiro si rialza con il rock che arriva possente e la chitarra a dettare legge; altro ottimo brano. In Under the Knife è Mike Mattison impegnato alla voce; si va verso un rock più manieristico dove spicca l'ottimo l'arrangiamento dei fiati; Be Kind non è male ma niente pù, forse la traccia più normale o la meno azzeccata, da qualunque parte la si analizzi. Il blues si riaffaccia in Devil Be Gone con un bell'assolo di Trucks che l'impreziosice,  e ci si avvia al finale dell'album. Gli ultimi due brani sono legati da un senso di relativa tranquilità:  Shout Out, quasi drammatica con le sue sfumature corali ed il breve gioiellino di Ride On, che chiude il disco con le note della chitarra, e modo migliore poteva non esserci. Chi cerca le lunghe jam e le improvvisazioni non le troverà forse qui, ma potrà sbizzarrirsi nell'apprezzarli in concerto. La band è forse entrata in una fase più accessibile, ma lo ha fatto senza tradire la propria anima. E se il futuro avrà ancora un'anima c'è quindi soltanto da augurarsi un nuovo tour europeo e magari italiano (dopo l'ultimo nel 2019); c'è voglia di tornare ad ascoltare questi alfieri del rock d'oltre oceano.

 Ascolta Future Soul su Spotify 

Tracklist: Crazy Cryin'; I Got You; Who Am I; Hero; What In The World; Future Soul; Under The Knife; Be Kind; Devil Be Gone; Shout Out; Ride On

-------------------------------------------------------------------------------------------------

English version 

It was released yesterday by Fantasy Records Future Soul, the sixth studio album by the Tedeschi Trucks Band, after Mad Dogs & Englishmen Revisited (Live At Lockn') was released last September. Four years after the monumental I Am the Moon — an ambitious and layered project, divided into four chapters — the collective led by Susan Tedeschi and Derek Trucks is changing its perspective. While the previous work was introspective, almost spiritual, the new chapter is avowedly extroverted, direct, built to communicate immediately. An album with a more compact, more refined sound, and above all where the tendency towards instrumental digression finds less space; more songs in the classical sense of the term. That does not mean that we have to talk about a commercial breakthrough, far from it. The approach to writing songs has simply changed, shorter and more direct, without frills. The opening with Crazy Cryin’ immediately clarifies the intent: a well-chosen riff, funky and prominent horns and the voice of Susan Tedeschi, who seems to continue to improve and a strigato solo by Derek Trucks. We continue with the two songs chosen as singles (I Got You and Who Am I); the first, written by singer Mike Mattison, is pleasant and sunny, while the second is more intimate and thoughtful and once again highlights Susan Tedeschi's uvula. The following Hero is among the most interesting moments of the album, with a progressively increasing pace and, at the risk of sounding boring, with another great performance by Susan Tedeschi. The song returns to a subdued atmosphere with the brief, suspended, and melancholic What in the World. Then comes the title track, Future Soul, and the shot rises again with the rock coming in powerfully and the guitar dictating the way; another excellent song. On Under the Knife, Mike Mattison takes over the vocals; the move is toward a more manneristic rock style, where the excellent horn arrangement stands out; Be Kind isn't bad, but it's nothing more, perhaps the most normal or the least fitting track, no matter where you analyze it. The blues resurfaces on Devil Be Gone with a beautiful solo by Trucks that embellishes it, and we get to the end of the album. The last two songs are linked by a sense of relative tranquility: Shout Out, almost dramatic with its choral nuances and the short gem of Ride On, which closes the album with the notes of the guitar, and there could have been no better way. Those looking for long jams and improvisations may not find them here, but they can indulge in appreciating them in concert. The band may have entered a more accessible phase, but they did so without betraying their soul. And if the future still has a soul, we can only hope for a new European tour, perhaps an Italian one (after the last one in 2019); we want to get back to listening to these champions of overseas rock.

 Listen to Future Soul on Spotify 

Tracklist: Crazy Cryin'; I Got You; Who Am I; Hero; What In The World; Future Soul; Under The Knife; Be Kind; Devil Be Gone; Shout Out; Ride On 







mercoledì 18 marzo 2026

Mike Mattison & Trash Magic - Turn a midnight corner

 Mike Mattison & Trash Magic - Turn a midnight corner

(Landslide Records - 2026)

Con oltre vent’anni di militanza nella Tedeschi Trucks Band e nella Derek Trucks Band, il cantante e chitarrista Mike Mattison è una figura ben nota nel panorama blues contemporaneo. Vincitore del Minnesota Grammy Award, l’artista torna ora con il suo terzo lavoro solista, Turn a midnight corner, disco che unisce energia roots e narrazione concettuale. L’album immagina la storia di Ted ‘n’ Turk, un duo blues rurale fittizio degli anni ’30 “riscoperto” negli anni Settanta e riunito per reincidere i vecchi brani pubblicati originariamente su 78 giri. Quella che dovrebbe essere una celebrazione tardiva del loro passato si trasforma però in qualcosa di più ambiguo: rivalità, denaro, ambizioni e vecchi rancori finiscono per contaminare il ritorno sulle scene. Prodotto dallo stesso Mattison insieme a Jason Kingsland, il disco presenta dodici brani. Mattison guida il progetto alla voce e alla chitarra acustica, affiancato da una band che per l’occasione prende il nome di Trash Magic formata dai chitarristi Dave Yoke e Greg Spradlin; dal batterista Tyler “The Falcon” Greenwell e dal bassista  tastierista Wesley Flowers. Tra i brani l’apertura con Going Down the Alley è immediatamente trascinante. Il brano avanza con un ritmo stomp che mescola country-western e blues elettrico. L’energia prosegue con And I’m Gone, che corre su un groove nervoso a metà strada tra l’irruenza dei The Blasters e il boogie ruvido degli ZZ Top. When I Was Loaded procede con un groove lento e denso, dove le chitarre si rincorrono sopra una base ritmica compatta, ricordando l’atmosfera dei The Fabulous Thunderbirds. Altro momento convincente è Homesick Lullaby, dove la voce assume una tinta malinconica e narrativa. Ed ancora tra gli episodi più riusciti c’è anche Be Like a Train, brano dal passo inarrestabile che sembra correre sui binari del roots americano, evocando atmosfere care alla tradizione folk-blues. Le chitarre incendiano il brano con fraseggi ruvidi mentre la ritmica resta solida e pulsante. Il lato più diretto e rock emerge invece in Lookee Here, garage-blues sporco ed immediato. Nel finale troviamo l'energica Sore Losers e la ballata acustica Wait for Lola, più intima e quasi da front porch americana. Turn a midnight corner è un lavoro che vive soprattutto della sua energia: groove solidi, chitarre taglienti ed una band che suona con grande coesione; un disco blues-rock vigoroso e sincero, capace di mescolare tradizione e modernità con naturalezza.

Ascolta Turn a midnight corner su Spotify

Tracklist: Going down the alley; Get it back; And I'm gone; When I was loaded; Traveler; Homesick lullaby; Be like a train; Lookee here; I can't stand it; Oh, be warry; Sore losers; Waiting for Lola 



 

lunedì 16 marzo 2026

Arti & Mestieri / D-brane

 Arti & Mestieri / D-brane

(Ma.Ra.Cash Records / 2025)

Nella fisica teorica, una "D-brane” è un’entità che vibra e si estende attraverso dimensioni multiple, parte integrante di quell’affascinante tentativo di unificazione delle forze fondamentali dell’universo. Non poteva esserci metafora più calzante per il nuovo lavoro degli Arti & Mestieri: una formazione che, dal 1974 a oggi, ha attraversato epoche, mutazioni stilistiche e avvicendamenti di organico senza mai perdere la propria identità sonora. Quest'album in studio celebra il cinquantesimo anniversario dalla nascita del gruppo, coinciso con l’uscita dello storico Tilt (immagini per un orecchio), disco che impose la band come una delle realtà più autorevoli del progressive italiano a matrice jazz-rock. La formazione ha scritto pagine decisive del Jazz-Prog nazionale, al pari di formazioni iconiche quali Perigeo, Agorà e Bella Band. D-Brane non è un semplice album celebrativo: è un progetto monumentale. Per la prima volta, quasi tutti i musicisti che hanno militato nelle varie incarnazioni della band nell’arco di mezzo secolo si sono riuniti per incidere quindici brani (sedici nella versione giapponese, pubblicata prima di quella europea), inediti. Un vero e proprio “cast stellare”, forse un caso unico nella storia del genere. Tra i protagonisti ritroviamo Furio Chirico, motore ritmico storico dal drumming potente e raffinato; Gigi Venegoni; Arturo Vitale, presente con registrazioni effettuate prima della sua scomparsa nel 2024; ed un’ampia costellazione di musicisti che hanno contribuito a costruire l’identità sonora del gruppo: Beppe Crovella, Roberto Puggioni, Piero Mortara, Lautaro Acosta, Gabriele Tommaso, Marco Cimino, Diego Mascherpa, Giuseppe Vitale, Giovanni Vigliar, Marco Gallesi, Toti Canzoneri, Iano Nicolò, Marco Roagna, Umberto Marì e Alfredo Ponissi. Il risultato è un’opera che attraversa l’intera parabola stilistica degli Arti & Mestieri, recuperando brani rimasti a lungo nel cassetto e restituendoli con arrangiamenti maturi, consapevoli, mai nostalgici. Tra i brani segnaliamo l’apertura con Salto Con L’Hashtag (pubblicato anche come video), una dichiarazione d’intenti: il violino — marchio di fabbrica del sound jazz-rock della band — irrompe con energia, sostenuto dalla batteria di Chirico, come al solito vigorosa e dinamica. Lo sviluppo è serrato, con un assolo di chitarra che conferma la vitalità esecutiva dell’ensemble. Light Metal ha delle soluzioni vicine al prog melodico nella parte iniziale e si sviluppa in modo personale, alternando spinta elettrica e passaggi più meditativi. In altri momenti è la forma più congeniale alla band (il jazz-rock), a prendere il sopravvento, come in NostradamusL’Ultimo Giorno D’Inverno e Costante Cosmica (Frammenti). Invece Elegia, Too Soon To Late, Algarve, Un Giro Ancora e Beach Dance sono più spostate sul versante lirico, e le atmosfere si fanno più soffuse. A Uno Di Noi è dedicata ad Arturo Vitale e la musica si fa memoria viva, sospesa tra malinconia e gratitudine. Ma la multiformità della band torinese, che abbraccia idelamente anche la modernità dei suoni si affaccia con gli brani del disco, ad iniziare da Understage, quindi MescalitoIl Lungo Addio e la title track D-brane. Come sopradetto nella versione giapponese è presente la bonus track Improvisation For Arturo, episodio funky che testimonia ancora una volta la libertà espressiva della band. Ed a proposito di Giappone a fine aprile due date per la band insieme ai Furio Chirico's The Trip per il Last Live Japan; ma sarà davvero l'ultimo? D-brane non è un’operazione nostalgica, ma un’opera viva, pulsante, contemporanea, che celebra il passato senza restarne prigioniera. È la dimostrazione che il Jazz-Prog italiano non è solo memoria storica, ma linguaggio ancora fertile. Gli Arti & Mestieri si candidano a firmare uno dei lavori più significativi dell’anno per la qualità compositiva e l’altissimo livello esecutivo. Un disco che vibra, si espande e si contrae attraverso le dimensioni del tempo, proprio come una D-brane musicale: materia sonora in continua evoluzione.

Tracklist: Salto Con L'Hashtag; Light Metal; Nostradamus; Elegia; Too Soon Too Late; Algarve; Beach Dance; Un Giro Ancora; L'Ultimo Giorno D'Inverno; Costante Cosmica (Frammenti); A Uno DI Noi; Understage; Mescalito; Il Lungo Addio; D-Brane / Bonus track della versione giapponese (Improvisation For Arturo)     



 

giovedì 12 marzo 2026

Lorenzo Tucci / Love songs from Abruzzo

 Lorenzo Tucci / Love songs from Abruzzo


 (Jando Music / Via Veneto jazz - 2026)

Ci sono dischi che nascono da un’idea musicale e altri che nascono da una memoria. Love Songs from Abruzzo, il nuovo lavoro del batterista Lorenzo Tucci, appartiene decisamente alla seconda categoria: un progetto che affonda le radici nella tradizione popolare abruzzese e la riporta alla luce attraverso il linguaggio aperto e creativo del jazz contemporaneo. 
Pubblicato dalle etichette Jando Music e Via Veneto Jazz, il disco nasce anche da una suggestione particolare: un incontro con il compositore Ennio Morricone, che confidò a Tucci quanto apprezzasse le melodie della sua terra. Un’osservazione semplice, ma sufficiente per lasciare un seme destinato a germogliare nel tempo. 

Per dare forma a questo viaggio musicale Tucci, 
batterista tra i più rappresentativi della scena italiana, porta in questo lavoro la maturità di oltre trent’anni di carriera e collaborazioni con artisti tra gli altri come Chet Baker, Kenny Wheeler e Dave Liebmanscegliedo la formula essenziale del trio, affiancato da due musicisti tra i più sensibili della scena italiana: il pianista Claudio Filippini ed il contrabbassista Jacopo Ferrazza. Una formazione che privilegia l’interplay, la libertà espressiva e la costruzione collettiva del suono. 
Il risultato non è un’operazione folkloristica e neppure un semplice tributo alla tradizione. Le melodie popolari diventano piuttosto materia viva, punto di partenza per improvvisazioni, variazioni ritmiche e dialoghi strumentali che trasformano questi canti in veri e propri paesaggi sonori contemporanei. 

Nel corso dell’ascolto emerge chiaramente come Tucci abbia voluto raccontare qualcosa di molto personale: i suoni dell’infanzia, le atmosfere della sua terra, l’eco d'una tradizione che continua a vivere e trasformarsi. Le montagne, il mare Adriatico, i trabocchi ed i paesaggi dell’Abruzzo sembrano affiorare tra le pieghe della musica, evocati più che descritti. 

Il drumming di Tucci rimane uno degli elementi più riconoscibili del suo stile: energico ma sempre raffinato, capace di sostenere il dialogo del trio con sensibilità dinamica e grande attenzione alle sfumature. Con Love Songs from Abruzzo Lorenzo Tucci firma un disco che è allo stesso tempo un ritorno alle radici e una dichiarazione di libertà creativa. La tradizione popolare diventa materia jazzistica, aperta alla reinterpretazione e all’improvvisazione. 

Il trio con Claudio Filippini e Jacopo Ferrazza dimostra grande affiatamento e sensibilità, riuscendo a mantenere sempre un equilibrio tra rispetto del materiale originario e ricerca sonora. 

Un lavoro che parla di identità e memoria, ma che allo stesso tempo si inserisce con naturalezza nel linguaggio universale del jazz.

Ascolta Love Songs from Abruzzo su Spotify 

Tracklist: Vola vola vola; Paese me; Tutte le funtanelle; L'acquabbelle; Mare nostre; Na casetta a La Maiella; Lu 'bbene che j' te vuje; Din don

lunedì 9 marzo 2026

Furio Chirico's The Trip / Atlantide 2025

Furio Chirico's The Trip / Atlantide 2025 


 (Ma.ra.cash Records / 2025)

Sgomberiamo subito il campo da possibili fraintendimenti; non si tratta di un’operazione nostalgica, non è un sequel e neppure una ripetizione. Atlantide 2025 nasce come rilettura contemporanea di Atlantide, uno dei manifesti del progressive italiano dei primi anni ’70, ma sceglie consapevolmente di non vivere di riflesso. Nel 1972 il trio composto da Joe Vescovi, Arvid Andersen e Furio Chirico trasformava I Trip in una creatura prog visionaria, dopo gli esordi beat e psichedelici segnati anche dalla presenza di Ritchie Blackmore. Quel passaggio segnò uno scarto identitario netto: meno influenza britannica di maniera, più ambizione strutturale, più tensione concettuale. Oggi, a oltre cinquant’anni di distanza, l’unico membro sopravvissuto di quella stagione torna su quel materiale non per celebrarlo, ma per interrogarlo. E le parole sono chiare: “Il mondo non è cambiato dal 1972. Anzi, è solo peggiorato. Siamo solo diventati più arrabbiati.” Questa rabbia, più matura e meno idealista, attraversa l’intero album. L’impianto ricalca quello dell’opera originale, ma la scrittura e in particolare gli arrangiamenti puntano su un impatto più diretto e muscolare. Le parti di chitarra assumono un ruolo più incisivo, la sezione ritmica è più compatta, meno dilatata rispetto alle soluzioni tipicamente settantiane. L’apertura con “Ouverture 2025”, brano inedito dedicato a Joe Vescovi, è una dichiarazione programmatica: non semplice citazione, ma atto di continuità spirituale. È un ponte emotivo tra due epoche, non un esercizio di filologia prog. Laddove l’Atlantide del 1972 era figlia di un’utopia ancora in costruzione, qui il clima è più disilluso. Il senso di déjà vu evocato dal concept non è solo musicale, ma storico: la sensazione che nulla sia davvero cambiato, se non la consapevolezza. Elemento di grande valore è il mini doc-film incluso, accessibile tramite QR code e passcode. Si tratta di circa 17 minuti di materiali inediti del 1972 che mostrano il trio al lavoro nella leggendaria Villa Rosso, tra registrazioni, momenti di vita quotidiana e interviste d’epoca. Non è un semplice extra: è una chiave interpretativa. Vedere quei frammenti oggi permette di cogliere meglio il senso di questa nuova operazione. Non si tratta di archeologia musicale, ma di continuità culturale. Va ricordato che Furio Chirico non è solo memoria storica dei Trip, ma anche fondatore degli Arti & Mestieri, realtà che ha portato la ricerca ritmica e tecnica del prog italiano verso territori ancora più sofisticati. In Atlantide 2025, pubblicato prima in Giappone e più di recente in Europa, questa doppia anima si percepisce: da un lato l’eredità sinfonica, dall’altro una maggiore solidità strutturale ed un controllo dinamico più moderno. Il gruppo, che si appresta ad affrontare alcune date in Giappone a fine aprile, è composto da: Furio Chirico (battera e percussiuoni); Paolo "Silver" Silvestri (tastiere); Giuseppe "Gius" Lanari (basso e voce), ora sostituito da Alessio Trapella e Marco Rostagno (chitarre). Non è questione di confrontarlo con il 1972 sul piano romantico. Va ascoltato oggi. È un disco che dialoga con la propria storia senza farsi schiacciare dal peso del mito. È meno ingenuo, più consapevole, forse più duro. E proprio per questo necessario.

Tracklist:  Ouverture 2025; Atlantide; Evoluzione; Leader; Energia; Ora X; Analisi; Distruzione; Il Vuoto; Coral (bonus track per la versione giapponese)



venerdì 13 febbraio 2026

Van Morrison - Somebody tried to sell me a bridge

 Van Morrison - Somebody tried to sell me a bridge

(Orangefield Records - 2026)

Dopo il sorprendente ed acclamato disco di inediti Remembering Now, che ha ricordato a tutti perché Van Morrison resti una figura centrale della musica contemporanea, il Leone di Belfast si rituffa nel blues. Con Somebody Tried To Sell Me A Bridge, uscito nei giorni scorsi per la sua Orangefield Records, Morrison torna là dove tutto è iniziato: il blues come matrice primaria, come linguaggio dell’anima prima ancora che forma musicale. Registrato con la cura sonora dei fidatissimi Jim Stern e Ben McAuley, l’album è un lavoro corposo (20 tracce per circa 75 minuti), che suona come una dichiarazione d’amore verso i padri fondatori del genere. Non si tratta di un’operazione nostalgica, ma di un’immersione consapevole e vitale in una tradizione che l'artista ha sempre portato dentro di sé, filtrandola attraverso il suo inconfondibile lirismo mistico e la sua voce segnata dal tempo, oggi più ruvida ed autorevole che mai. Ed a ottant’anni compiuti, realizza forse il suo disco blues più sentito, che alterna composizioni originali a reinterpretazioni di classici firmati da Eddie Vinson, Junior Wells, Fats Domino, Chuck Willis, Lead Belly, Sonny Terry, Brownie McGhee, B.B. King e Buddy Guy, quest’ultimo coinvolto direttamente nel progetto. Il cast è di quelli che fanno la differenza: Taj Mahal, Elvin Bishop (storico chitarrista della Paul Butterfield Blues Band), alla batteria Larry Vann, al piano Mitch Woods, Anthony Paule (leader della Anthony Paule Soul Orchestra) e collaboratori di lunga data come John Allair, David Hayes e Bobby Ruggerio. Ognuno porta un frammento autentico di blues, contribuendo a un suono caldo, organico, mai patinato. L’apertura è affidata a Kidney Stew Blues di Eddie Vinson, con il sax a richiamare subito l’epoca d’oro del rhythm’n’blues. Tra i momenti più intensi spiccano brani originali come King For a Day Blues, Can’t Help Myself e Deep Blue Sea, dove Morrison dimostra di saper scrivere blues con la stessa naturalezza con cui lo interpreta. Tra le riletture più riuscite c’è Ain’t That a Shame di Fats Domino: Morrison ne rallenta il tempo, arricchisce l’arrangiamento con un coro gospel e trasforma un classico del 1956 in una meditazione soul dal sapore crepuscolare. Notevole anche On a Monday di Lead Belly, rivisitata con la voce di Taj Mahal, armonica e banjo, in un dialogo tra generazioni che suona sorprendentemente attuale. A chiudere il disco è Rock Me Baby di B.B. King. Affrontare un simile monumento non è impresa facile, e Morrison lo sa bene: per questo affida l’assolo decisivo a Buddy Guy, che firma un finale emozionante e rispettoso, capace di dare nuova linfa ad un brano leggendario senza tradirne lo spirito. Morrison riafferma qui il suo legame indissolubile con il blues, genere che più di ogni altro ha plasmato la sua identità artistica. Il musicista dal 17 al 23 febbraio 2026 porterà questo spirito blues sul palco del Palace of Fine Arts di San Francisco, città simbolo per il genere. Somebody Tried To Sell Me A Bridge non è solo un ritorno alle origini: è la conferma che, anche a ottant’anni, Van Morrison continua a suonare la musica che sente, senza compromessi, con profondità emotiva e autenticità assoluta. Un disco destinato a lasciare il segno.

 Ascolta Somebody tried to sell me a bridge su Spotify

Tracklist: Kidney Stew Blues; King for a Day Blues; Snatch It Back and Hold It; Deep Blue Sea; Ain't That a Shame; Madame Butterfly Blues; Can't Help Myself; Betty and Dupree; Delia's Gone; On a Monday; Monte Carlo Blues; When It's Love Time; Loving Memories; Play the Honky Tonks; (Go to The) High Place in Your Mind; Social Climbing Scene; Somebody Tried to Sell Me a Bridge; You're the One; I'm Ready; Rock Me Baby


sabato 31 gennaio 2026

Riccardo Catria & Daniele Del Gobbo - Cantastorie

 Riccardo Catria & Daniele Del Gobbo - Cantastorie

(Encore Music Label - 2026)

 Per Riccardo Catria dopo Mantra's dance nel 2024 ed Orchestral Suite N. 1 di qualche mese fa, nasce dall’incontro con un altro giovane musicista (entrambi già maturi talenti del jazz italiano), Cantastorie, il progetto discografico (già presentato live durante la scorsa estate), che unisce la sua tromba con il pianoforte di Daniele Del Gobbo in un dialogo acustico di rara raffinatezza. Un duo essenziale nella forma ma ricco di sfumature, capace di costruire un universo sonoro intimo, lirico e profondamente evocativo.

I due condividono una visione musicale fondata sull’ascolto reciproco e su un interplay costante, elemento cardine di un progetto che rifiuta l’esibizionismo per privilegiare la narrazione. Il titolo dell’album non è casuale: ogni brano è concepito come un racconto, una piccola storia che prende forma attraverso melodie sospese, dinamiche controllate e un uso consapevole del silenzio.

Pubblicato ieri sulle principali piattaforme e presto disponibile anche in formato fisico, Cantastorie propone un repertorio che alterna composizioni originali e riletture d’autore, spaziando tra jazz, musica classica europea ed improvvisazione contemporanea. 

Tra le otto tracce che lo compongono la rivisitazione di Una furtiva lagrima di Gaetano Donizetti sorprende per l’eleganza cameristica e per la capacità di trasformare un’aria celeberrima in materia sonora intima e moderna, mentre Luiza di Antônio Carlos Jobim apre a suggestioni brasiliane cariche di malinconia e calore. Particolarmente intenso anche l’omaggio con Opening a Kenny Wheeler, figura chiave del jazz europeo, la cui poetica sembra risuonare naturalmente nel linguaggio del duo.

Il disco alterna momenti di lirismo puro a passaggi di improvvisazione più audace, senza mai perdere coerenza narrativa. La tromba di Catria si muove con un suono morbido e talvolta misterioso, mentre il pianoforte di Del Gobbo costruisce spazi armonici profondi, lasciando respirare la musica e guidando il racconto con sensibilità e misura.

Prodotto da Encore Music Label, Cantastorie è è stato registrato alla fine dello scorso ottobre a Perugia e vede la partecipazione come ingegnere del suono di David Giacchè.

Nelle note di copertina è presente un endorsement del trombettista americano Ralph Alessi, che tra l'altro scrive: " ... ammiro il modo in cui questi due musicisti creano brani che oscillano tra il familiare e l'astratto; proprio un bel lavoro di due musicisti di talento ... ", sottolineando la maturità espressiva e la profondità artistica del duo, capace di andare oltre l’età anagrafica, proponendo una visione musicale già pienamente consapevole.

Ma non è soltanto un album, è un’esperienza d’ascolto che invita alla concentrazione e alla condivisione emotiva. Un lavoro che va oltre i confini di genere restituendo alla musica la sua funzione più autentica: raccontare, evocare, creare connessione. Un esordio discografico per il duo di grande eleganza e sostanza che apre prospettive interessanti nel panorama del jazz italiano contemporaneo.

Ascolta Cantastorie su Spotify 

Tracklist: Genesi; Una furtiva lagrima; Invenzione N° 1; Nature boy; Opening; Luiza; The peacocks; Impro 

martedì 20 gennaio 2026

Cervello - Chaire + Live at Pomigliano d'Arco

 Cervello - Chaire + Live at Pomigliano d'Arco

 (Sony Music - 2025)

Le ultime battute del 2025 ci hanno consegnato alcune interessanti uscite, tra le quali è doveroso inserire il nuovo lavoro dei Cervello: Chaire + Live at Pomigliano d'Arco. Nella culture dell'antica Grecia Chaire era insieme saluto e congedo: un augurio di benessere, un invito a prendersi cura di sé. È una parola che racchiude un gesto umano semplice ed universale. I Cervello l’hanno scelta come titolo dell'album perché incarna il senso profondo di questo ritorno: una riflessione sulla memoria, sulla continuità e sull’eredità emotiva lasciata da una delle formazioni più luminose e fugaci del rock progressivo italiano. 
Nati a Napoli nei primi anni Settanta, seppero imporsi in una stagione in cui la scena prog italiana viveva una straordinaria fertilità creativa. Accanto ad Osanna, Premiata Forneria Marconi e Banco del Mutuo Soccorso, la band sviluppò un linguaggio inconfondibile, capace di intrecciare radici mediterranee, slanci sinfonici e una ricerca timbrica fuori dagli schemi. Il loro unico album in studio, Melos (1973), rimane ancora oggi una gemma assoluta: un’opera visionaria che rilegge il mito greco attraverso strutture ardite, atmosfere acustiche e una sensibilità quasi rituale. Un disco di culto, riscoperto e celebrato a livello internazionale nel corso dei decenni. 
Cinquant’anni dopo, Chaire rappresenta la continuazione possibile di quella storia interrotta. Il progetto nasce da brani composti tra il 1974 e il 1983, rimasti per lungo tempo sospesi, mai definitivamente completati. Oggi trovano forma in una produzione curata da Corrado Rustici, registrata nel corso degli ultimi quattro anni dai membri originali superstiti: lo stesso Rustici (chitarra, tastiere, voce), Antonio Spagnolo (basso, chitarra acustica, flauto dolce, voce), Giulio D’Ambrosio (flauto, sax, voce), insieme alla storica voce solista Gianluigi Di Franco e con il contributo di Roberto Porta alla batteria. 
La presenza di Di Franco, scomparso nel 2005, è uno degli elementi più emozionanti dell’opera. Grazie all’evoluzione delle tecniche di restauro audio, le sue interpretazioni, salvate da registrazioni su bobine e cassette d’epoca, tornano a risuonare con sorprendente vitalità. Chaire diventa così un dialogo tra epoche: non una semplice operazione nostalgica, ma un vero corpo sonoro in cui passato e presente si fondono, mantenendo intatta l’intenzione espressiva originaria. 
Sotto il profilo musicale il disco conserva l’impronta caratteristica dei Cervello: la centralità dei fiati, le architetture oblique della chitarra di Rustici, la ricerca melodica che si intreccia a geometrie più libere, quasi cameristiche. È un lavoro che non tenta di replicare Melos, ma ne raccoglie lo spirito: quell’inquietudine creativa che portava la band a sperimentare formati, tempi e soluzioni timbriche, sempre in equilibrio tra liricità mediterranea e tensione progressiva. 
Accanto all’album inedito, la pubblicazione include Live at Pomigliano d’Arco, una registrazione del 1973 che cattura i Cervello all’apice della loro energia giovanile. Il repertorio comprende brani dall’album di debutto ed un inedito strumentale, restituendo l’immagine di una band già allora proiettata oltre i confini consueti del prog italiano. È un documento prezioso, non solo per la sua rarità, ma perché rende evidente la continuità ideale con Chaire: una storia che aveva lasciato tracce sulla scena live prima ancora di completarsi in studio. 
Il progetto è stato completato da una nuova versione rimasterizzata di Melos, che permette di ascoltare il debutto dei Cervello con una definizione sonora in linea con gli standard contemporanei, senza tradire la natura materica e viscerale delle registrazioni originali. 
Con 
Chaire + Live at Pomigliano d'Arco la band non firma un ritorno nostalgico, ma una rinascita autentica, capace di rendere vivo un linguaggio musicale che ancora oggi esercita un fascino inalterato.

Ascolta Chaire su Youtube

Tracklist: CD 1 - Chaire: Hello; Templi Acherontei; La seduzione di ChiaroUlivo; Reina de roca; Movalaide; La danza dei guardiani; Chaire - Farewell / CD 2 - Live at Pomigliano d'Arco: Intro; Canto del capro; Scinsione; Euterpe; Melos; Progressivo remoto - instrumental


 

venerdì 16 gennaio 2026

Elisa Montaldo - Looking back - moving forward

 Elisa Montaldo - Looking back - moving forward

A poca distanza dalla pubblicazione de Il fascino dell’insolito (dedicato alla riproposizione in chiave moderna dei temi principali di alcuni tra gli sceneggiati televisivi del mistero degli anni settanta), e dall’esperienza parallela di Albus Diabolus, la cantautrice e polistrumentista Elisa Montaldo torna con un nuovo lavoro di inediti dal titolo eloquente: Looking back - moving forward

Un titolo che è già una dichiarazione d’intenti e racchiude perfettamente il senso di questo nuovo capitolo discografico solista. Quattordici brani, oltre un’ora di musica, un’opera ampia e ambiziosa in cui Elisa fa (quasi) tutto da sola: voci, tastiere, pianoforti, sintetizzatori, strumenti acustici ed elettronici, suoni ed effetti. Il risultato non è un esercizio di stile, ma un flusso coerente e sorprendentemente omogeneo, nonostante la varietà di linguaggi attraversati: ambient, progressive, psichedelia, elettronica, folk non convenzionale, suggestioni da colonna sonora e visioni quasi new age, senza scivolare nel già sentito. 

Al suo fianco troviamo collaboratori di altio profilo: Mattias Olsson alla batteria e percussioni (presenza ormai stabile nel mondo sonoro della cantautrice), Giacomo Castellano alla chitarra elettrica (di recente con la PFM), Carmine Capasso (chitarre, theremin, santur e sitar), Carlo Guardamagna (basso e chitarra), Barbara Rubin (voce e viola, una collaboratrice storica) e Francesco Ciapica, la cui voce torna più volte a intrecciarsi con quella di Elisa in modo decisivo. Il disco è stato anticipato dal singolo Al di là delle idee, unica traccia in italiano, una ballata per piano elettrico e voce di rara eleganza e intensità emotiva. 

Ma Looking back - moving forward non è semplicemente un nuovo capitolo: è una soglia. Dietro ci sono Fistful of Planets (2015), Dévoiler (2020) e Fistful of Planets 2 (2021). Dieci anni di musica e di vita che qui trovano una sintesi. Non a caso riaffiorano melodie già ascoltate, come echi di un passato che non viene rinnegato, ma trasformato. Il cuore concettuale del disco è la suite The Dreamcore bubble: sei tracce strumentali consecutive che formano una lunga parentesi onirica, uno spazio liminale in cui il tempo sembra sospendersi. Musica pensata per perdersi, per lasciarsi andare, per ascoltare anche ciò che normalmente resta in silenzio. 

Una colonna sonora per i pensieri, o per “ricordi perduti di un robot”, come suggerisce la stessa Elisa. La title track riporta infine alla coscienza, ricucendo immaginazione e realtà e dando senso all’intero viaggio: guardare indietro per poter davvero andare avanti. E’ un disco che chiede d'essere ascoltato nella sua interezza. 

Ma oltre a quanto accennato in precedenza al suo interno segnaliamo almeno Alone or not, un vero mottetto profano costruito su una cattedrale di voci, e Looking back – Moving Forward, vertice emotivo del lavoro grazie al dialogo vocale tra Elisa Montaldo e Barbara Rubin, con Francesco Ciapica a rafforzare ulteriormente l’impatto. Un album ispirato, maturo, visionario. Un invito all’ascolto attento e alla riflessione; da non perdere.

Ascolta su Bandcamp Looking back, moving forward  

 Tracklist : Raining solitude; Still Floating / we didn’t waste time; Alone or not (modern vampire); The Bunyan Effect; You’re with me; Al di là delle idee; Northern Woods; "The Dreamcore bubble" (Out of the cold white desert; 1941 the path; Pastel markers; 30 January; Wesak (LoFi version); Watermelon in Easter hay); Looking back, moving forward



 

 

 

mercoledì 7 gennaio 2026

Irene Manca - Everything in its place

 Irene Manca - Everything in its place

Con Everything in Its Place Irene Manca pubblica il suo album d’esordio, anche se il disco è il punto di arrivo di un percorso di studio, ricerca e pubblicazioni che si è sviluppato nell’arco de gli ultimi anni. I singoli Paralysed e Just Like Water, usciti rispettivamente nel 2022 e nel 2023, avevano già lasciato intravedere una visione musicale chiara; oggi, con l’album finalmente completo, quel disegno appare definito e coerente. 

Autoprodotto e realizzato con la preziosa collaborazione del compositore e producer Simone Carbone, l'album parla un linguaggio musicale dichiaratamente internazionale. La scelta della lingua inglese non è solo formale, ma funzionale ad una scrittura che guarda oltre i confini nazionali, tra alternative rock, indie folk, suggestioni progressive ed incursioni metal. 

Incasellare il lavoro in un solo genere sarebbe un'operazione impropria: gli otto brani che lo compongono sono tra loro diversi, ma uniti da un forte collante espressivo, individuabile soprattutto nella vocalità di Irene. La sua voce, cristallina e allo stesso tempo duttile, è il vero mezzo narrativo del lavoro: capace di modulazioni raffinate, di aperture emotive e di improvvisi picchi di intensità, guida l’ascoltatore in un viaggio sonoro intimo e stratificato. Le atmosfere dell’album sono prevalentemente oniriche, velate, ovattate; la musica arriva soffice, mai aggressiva, anche quando sfiora territori più scuri. 

È un disco che affronta le ombre per trasformarle in luce, che scava dentro – come dichiarato programmaticamente già nel brano d’apertura Deep in the Dirt – per restituire un senso di equilibrio e consapevolezza. Non a caso il verso “I’ll plunge my hands deep in the dirt and delve into to find out whatever it is I’m tripping on” (Affonderò le mani nella terra e scaverò per scoprire cos'è che mi fa inciampare), suona come una vera e propria dichiarazione d’intenti. 

Entrando nel dettaglio dei brani: Deep in the Dirt apre l’album con un’aura sognante e richiami gotico-prog di fine anni Novanta; Just Like Water sorprende per le suggestioni orientali innestate su un efficace impianto power rock; Compromise è una parentesi luminosa e raccolta, costruita sulle chitarre acustiche e su una scrittura di grande delicatezza. In So Strange / So Good emergono interessanti soluzioni ritmiche, mentre 30 è uno dei momenti più intensi del disco, un vero turbinio emotivo con strutture articolate e picchi metal. A Place Somewhere in Time, infine, è una romantica ballad impreziosita dal pianoforte, capace d'evocare immagini quasi cinematografiche. 

Alcune influenze sono riconoscibili: il paragone con la prima Elisa viene abbastanza spontaneo per affinità timbrica e scelta linguistica, così come affiorano alcuni richiami ai Porcupine Tree, agli Evanescence e, in passaggi più scuri, persino a certo metal nordico. Irene Manca, però, dimostra di avere una personalità già definita, capace di attraversare territori stilistici differenti con sensibilità e credibilità. Alla riuscita dell’album contribuisce anche il coinvolgimento di ottimi musicisti: dal già citato Simone Carbone al basso, ai chitarristi Marco FerrettiLorenzo Maresca ed Andrea Kala alla violinista Giada Bassani, al pianista Francesco Negri ed al batterista Marco Fuliano 

Everything in Its Place è un lavoro ardito e sincero, che suona come un coraggioso atto introspettivo. Un esordio che apre spiragli interessanti sulle future evoluzioni artistiche di Irene Manca e ne conferma il potenziale in un contesto di respiro non solo nazionale.

Ascolta Everything in its place su Bandcamp

Tracklist: Deep in the Dirt; Paralyzed; Just Like Water; Compromise; So Strange / So Good; 30; A Place Somewhere in Time; Everything in its Place 
 

Hunka Munka - Demoni e dei

 Hunka Munka - Demoni e dei  (M.P. Records - 2026)   A cinque anni dal precedente Foreste Interstellari tornano gli Hunka Munka , progetto ...