sabato 21 marzo 2026

Tedeschi Trucks Band - Future Soul

 Tedeschi Trucks Band - Future Soul


 (Fantasy Records - 2026)
 
E' stato pubblicato ieri da Fantasy Records Future Soul, sesto album in studio della Tedeschi Trucks Band, dopo che a settembre scorso era uscito Mad Dogs & Englishmen Revisited (Live At Lockn'). A quattro anni dal monumentale I Am the Moon — progetto ambizioso e stratificato, diviso in quattro capitoli — il collettivo che vede alla guida Susan Tedeschi e Derek Trucks cambia prospettiva. Mentre il lavoro precedente era introspettivo, quasi spirituale, il nuovo capitolo è dichiaratamente estroverso, diretto, costruito per comunicare subito. Un album dal suono più compatto, più rifinito, e soprattutto dove trova minor spazio la tendenza alla divagazione strumentale; più canzoni nel senso classico del termine. Non per questo è doveroso parlare di svolta commerciale, tutt'altro. E' semplicemente cambiato l'approccio alla scrittura dei brani, più brevi e diretti, senza fronzoli. L’apertura con Crazy Cryin’ chiarisce subito l’intento: riff azzeccato, funky e fiati in evidenza e la voce di Susan Tedeschi, che pare continui a migliorare ed uno strigato solo di Derek Trucks. Si prosegue con i due brani scelti come singoli (I Got You e Who Am I); gradevole e solare il primo a firma del cantante Mike Mattison mentre il secondo è più intimo e riflessivo e mette ancora in luce l'ugola di Susan Tedeschi. La successiva Hero è tra i momenti più interessanti del disco, con un ritmo che cresce progressivamente e, a rischio di sembrar noioso, con un'altra grande prova di Susan Tedeschi. Si torna ad un'atmosfera soffusa con la breve What in the World, sospesa e malinconica; poi arriva la title track Future Soul  ed il tiro si rialza con il rock che arriva possente e la chitarra a dettare legge; altro ottimo brano. In Under the Knife è Mike Mattison impegnato alla voce; si va verso un rock più manieristico dove spicca l'ottimo l'arrangiamento dei fiati; Be Kind non è male ma niente pù, forse la traccia più normale o la meno azzeccata, da qualunque parte la si analizzi. Il blues si riaffaccia in Devil Be Gone con un bell'assolo di Trucks che l'impreziosice,  e ci si avvia al finale dell'album. Gli ultimi due brani sono legati da un senso di relativa tranquilità:  Shout Out, quasi drammatica con le sue sfumature corali ed il breve gioiellino di Ride On, che chiude il disco con le note della chitarra, e modo migliore poteva non esserci. Chi cerca le lunghe jam e le improvvisazioni non le troverà forse qui, ma potrà sbizzarrirsi nell'apprezzarli in concerto. La band è forse entrata in una fase più accessibile, ma lo ha fatto senza tradire la propria anima. E se il futuro avrà ancora un'anima c'è quindi soltanto da augurarsi un nuovo tour europeo e magari italiano (dopo l'ultimo nel 2019); c'è voglia di tornare ad ascoltare questi alfieri del rock d'oltre oceano.

 Ascolta Future Soul su Spotify 

Tracklist: Crazy Cryin'; I Got You; Who Am I; Hero; What In The World; Future Soul; Under The Knife; Be Kind; Devil Be Gone; Shout Out; Ride On

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English version 

It was released yesterday by Fantasy Records Future Soul, the sixth studio album by the Tedeschi Trucks Band, after Mad Dogs & Englishmen Revisited (Live At Lockn') was released last September. Four years after the monumental I Am the Moon — an ambitious and layered project, divided into four chapters — the collective led by Susan Tedeschi and Derek Trucks is changing its perspective. While the previous work was introspective, almost spiritual, the new chapter is avowedly extroverted, direct, built to communicate immediately. An album with a more compact, more refined sound, and above all where the tendency towards instrumental digression finds less space; more songs in the classical sense of the term. That does not mean that we have to talk about a commercial breakthrough, far from it. The approach to writing songs has simply changed, shorter and more direct, without frills. The opening with Crazy Cryin’ immediately clarifies the intent: a well-chosen riff, funky and prominent horns and the voice of Susan Tedeschi, who seems to continue to improve and a strigato solo by Derek Trucks. We continue with the two songs chosen as singles (I Got You and Who Am I); the first, written by singer Mike Mattison, is pleasant and sunny, while the second is more intimate and thoughtful and once again highlights Susan Tedeschi's uvula. The following Hero is among the most interesting moments of the album, with a progressively increasing pace and, at the risk of sounding boring, with another great performance by Susan Tedeschi. The song returns to a subdued atmosphere with the brief, suspended, and melancholic What in the World. Then comes the title track, Future Soul, and the shot rises again with the rock coming in powerfully and the guitar dictating the way; another excellent song. On Under the Knife, Mike Mattison takes over the vocals; the move is toward a more manneristic rock style, where the excellent horn arrangement stands out; Be Kind isn't bad, but it's nothing more, perhaps the most normal or the least fitting track, no matter where you analyze it. The blues resurfaces on Devil Be Gone with a beautiful solo by Trucks that embellishes it, and we get to the end of the album. The last two songs are linked by a sense of relative tranquility: Shout Out, almost dramatic with its choral nuances and the short gem of Ride On, which closes the album with the notes of the guitar, and there could have been no better way. Those looking for long jams and improvisations may not find them here, but they can indulge in appreciating them in concert. The band may have entered a more accessible phase, but they did so without betraying their soul. And if the future still has a soul, we can only hope for a new European tour, perhaps an Italian one (after the last one in 2019); we want to get back to listening to these champions of overseas rock.

 Listen to Future Soul on Spotify 

Tracklist: Crazy Cryin'; I Got You; Who Am I; Hero; What In The World; Future Soul; Under The Knife; Be Kind; Devil Be Gone; Shout Out; Ride On 







mercoledì 18 marzo 2026

Mike Mattison & Trash Magic - Turn a midnight corner

 Mike Mattison & Trash Magic - Turn a midnight corner

(Landslide Records - 2026)

Con oltre vent’anni di militanza nella Tedeschi Trucks Band e nella Derek Trucks Band, il cantante e chitarrista Mike Mattison è una figura ben nota nel panorama blues contemporaneo. Vincitore del Minnesota Grammy Award, l’artista torna ora con il suo terzo lavoro solista, Turn a midnight corner, disco che unisce energia roots e narrazione concettuale. L’album immagina la storia di Ted ‘n’ Turk, un duo blues rurale fittizio degli anni ’30 “riscoperto” negli anni Settanta e riunito per reincidere i vecchi brani pubblicati originariamente su 78 giri. Quella che dovrebbe essere una celebrazione tardiva del loro passato si trasforma però in qualcosa di più ambiguo: rivalità, denaro, ambizioni e vecchi rancori finiscono per contaminare il ritorno sulle scene. Prodotto dallo stesso Mattison insieme a Jason Kingsland, il disco presenta dodici brani. Mattison guida il progetto alla voce e alla chitarra acustica, affiancato da una band che per l’occasione prende il nome di Trash Magic formata dai chitarristi Dave Yoke e Greg Spradlin; dal batterista Tyler “The Falcon” Greenwell e dal bassista  tastierista Wesley Flowers. Tra i brani l’apertura con Going Down the Alley è immediatamente trascinante. Il brano avanza con un ritmo stomp che mescola country-western e blues elettrico. L’energia prosegue con And I’m Gone, che corre su un groove nervoso a metà strada tra l’irruenza dei The Blasters e il boogie ruvido degli ZZ Top. When I Was Loaded procede con un groove lento e denso, dove le chitarre si rincorrono sopra una base ritmica compatta, ricordando l’atmosfera dei The Fabulous Thunderbirds. Altro momento convincente è Homesick Lullaby, dove la voce assume una tinta malinconica e narrativa. Ed ancora tra gli episodi più riusciti c’è anche Be Like a Train, brano dal passo inarrestabile che sembra correre sui binari del roots americano, evocando atmosfere care alla tradizione folk-blues. Le chitarre incendiano il brano con fraseggi ruvidi mentre la ritmica resta solida e pulsante. Il lato più diretto e rock emerge invece in Lookee Here, garage-blues sporco ed immediato. Nel finale troviamo l'energica Sore Losers e la ballata acustica Wait for Lola, più intima e quasi da front porch americana. Turn a midnight corner è un lavoro che vive soprattutto della sua energia: groove solidi, chitarre taglienti ed una band che suona con grande coesione; un disco blues-rock vigoroso e sincero, capace di mescolare tradizione e modernità con naturalezza.

Ascolta Turn a midnight corner su Spotify

Tracklist: Going down the alley; Get it back; And I'm gone; When I was loaded; Traveler; Homesick lullaby; Be like a train; Lookee here; I can't stand it; Oh, be warry; Sore losers; Waiting for Lola 



 

lunedì 16 marzo 2026

Arti & Mestieri / D-brane

 Arti & Mestieri / D-brane

(Ma.Ra.Cash Records / 2025)

Nella fisica teorica, una "D-brane” è un’entità che vibra e si estende attraverso dimensioni multiple, parte integrante di quell’affascinante tentativo di unificazione delle forze fondamentali dell’universo. Non poteva esserci metafora più calzante per il nuovo lavoro degli Arti & Mestieri: una formazione che, dal 1974 a oggi, ha attraversato epoche, mutazioni stilistiche e avvicendamenti di organico senza mai perdere la propria identità sonora. Quest'album in studio celebra il cinquantesimo anniversario dalla nascita del gruppo, coinciso con l’uscita dello storico Tilt (immagini per un orecchio), disco che impose la band come una delle realtà più autorevoli del progressive italiano a matrice jazz-rock. La formazione ha scritto pagine decisive del Jazz-Prog nazionale, al pari di formazioni iconiche quali Perigeo, Agorà e Bella Band. D-Brane non è un semplice album celebrativo: è un progetto monumentale. Per la prima volta, quasi tutti i musicisti che hanno militato nelle varie incarnazioni della band nell’arco di mezzo secolo si sono riuniti per incidere quindici brani (sedici nella versione giapponese, pubblicata prima di quella europea), inediti. Un vero e proprio “cast stellare”, forse un caso unico nella storia del genere. Tra i protagonisti ritroviamo Furio Chirico, motore ritmico storico dal drumming potente e raffinato; Gigi Venegoni; Arturo Vitale, presente con registrazioni effettuate prima della sua scomparsa nel 2024; ed un’ampia costellazione di musicisti che hanno contribuito a costruire l’identità sonora del gruppo: Beppe Crovella, Roberto Puggioni, Piero Mortara, Lautaro Acosta, Gabriele Tommaso, Marco Cimino, Diego Mascherpa, Giuseppe Vitale, Giovanni Vigliar, Marco Gallesi, Toti Canzoneri, Iano Nicolò, Marco Roagna, Umberto Marì e Alfredo Ponissi. Il risultato è un’opera che attraversa l’intera parabola stilistica degli Arti & Mestieri, recuperando brani rimasti a lungo nel cassetto e restituendoli con arrangiamenti maturi, consapevoli, mai nostalgici. Tra i brani segnaliamo l’apertura con Salto Con L’Hashtag (pubblicato anche come video), una dichiarazione d’intenti: il violino — marchio di fabbrica del sound jazz-rock della band — irrompe con energia, sostenuto dalla batteria di Chirico, come al solito vigorosa e dinamica. Lo sviluppo è serrato, con un assolo di chitarra che conferma la vitalità esecutiva dell’ensemble. Light Metal ha delle soluzioni vicine al prog melodico nella parte iniziale e si sviluppa in modo personale, alternando spinta elettrica e passaggi più meditativi. In altri momenti è la forma più congeniale alla band (il jazz-rock), a prendere il sopravvento, come in NostradamusL’Ultimo Giorno D’Inverno e Costante Cosmica (Frammenti). Invece Elegia, Too Soon To Late, Algarve, Un Giro Ancora e Beach Dance sono più spostate sul versante lirico, e le atmosfere si fanno più soffuse. A Uno Di Noi è dedicata ad Arturo Vitale e la musica si fa memoria viva, sospesa tra malinconia e gratitudine. Ma la multiformità della band torinese, che abbraccia idelamente anche la modernità dei suoni si affaccia con gli brani del disco, ad iniziare da Understage, quindi MescalitoIl Lungo Addio e la title track D-brane. Come sopradetto nella versione giapponese è presente la bonus track Improvisation For Arturo, episodio funky che testimonia ancora una volta la libertà espressiva della band. Ed a proposito di Giappone a fine aprile due date per la band insieme ai Furio Chirico's The Trip per il Last Live Japan; ma sarà davvero l'ultimo? D-brane non è un’operazione nostalgica, ma un’opera viva, pulsante, contemporanea, che celebra il passato senza restarne prigioniera. È la dimostrazione che il Jazz-Prog italiano non è solo memoria storica, ma linguaggio ancora fertile. Gli Arti & Mestieri si candidano a firmare uno dei lavori più significativi dell’anno per la qualità compositiva e l’altissimo livello esecutivo. Un disco che vibra, si espande e si contrae attraverso le dimensioni del tempo, proprio come una D-brane musicale: materia sonora in continua evoluzione.

Tracklist: Salto Con L'Hashtag; Light Metal; Nostradamus; Elegia; Too Soon Too Late; Algarve; Beach Dance; Un Giro Ancora; L'Ultimo Giorno D'Inverno; Costante Cosmica (Frammenti); A Uno DI Noi; Understage; Mescalito; Il Lungo Addio; D-Brane / Bonus track della versione giapponese (Improvisation For Arturo)     



 

giovedì 12 marzo 2026

Lorenzo Tucci / Love songs from Abruzzo

 Lorenzo Tucci / Love songs from Abruzzo


 (Jando Music / Via Veneto jazz - 2026)

Ci sono dischi che nascono da un’idea musicale e altri che nascono da una memoria. Love Songs from Abruzzo, il nuovo lavoro del batterista Lorenzo Tucci, appartiene decisamente alla seconda categoria: un progetto che affonda le radici nella tradizione popolare abruzzese e la riporta alla luce attraverso il linguaggio aperto e creativo del jazz contemporaneo. 
Pubblicato dalle etichette Jando Music e Via Veneto Jazz, il disco nasce anche da una suggestione particolare: un incontro con il compositore Ennio Morricone, che confidò a Tucci quanto apprezzasse le melodie della sua terra. Un’osservazione semplice, ma sufficiente per lasciare un seme destinato a germogliare nel tempo. 

Per dare forma a questo viaggio musicale Tucci, 
batterista tra i più rappresentativi della scena italiana, porta in questo lavoro la maturità di oltre trent’anni di carriera e collaborazioni con artisti tra gli altri come Chet Baker, Kenny Wheeler e Dave Liebmanscegliedo la formula essenziale del trio, affiancato da due musicisti tra i più sensibili della scena italiana: il pianista Claudio Filippini ed il contrabbassista Jacopo Ferrazza. Una formazione che privilegia l’interplay, la libertà espressiva e la costruzione collettiva del suono. 
Il risultato non è un’operazione folkloristica e neppure un semplice tributo alla tradizione. Le melodie popolari diventano piuttosto materia viva, punto di partenza per improvvisazioni, variazioni ritmiche e dialoghi strumentali che trasformano questi canti in veri e propri paesaggi sonori contemporanei. 

Nel corso dell’ascolto emerge chiaramente come Tucci abbia voluto raccontare qualcosa di molto personale: i suoni dell’infanzia, le atmosfere della sua terra, l’eco d'una tradizione che continua a vivere e trasformarsi. Le montagne, il mare Adriatico, i trabocchi ed i paesaggi dell’Abruzzo sembrano affiorare tra le pieghe della musica, evocati più che descritti. 

Il drumming di Tucci rimane uno degli elementi più riconoscibili del suo stile: energico ma sempre raffinato, capace di sostenere il dialogo del trio con sensibilità dinamica e grande attenzione alle sfumature. Con Love Songs from Abruzzo Lorenzo Tucci firma un disco che è allo stesso tempo un ritorno alle radici e una dichiarazione di libertà creativa. La tradizione popolare diventa materia jazzistica, aperta alla reinterpretazione e all’improvvisazione. 

Il trio con Claudio Filippini e Jacopo Ferrazza dimostra grande affiatamento e sensibilità, riuscendo a mantenere sempre un equilibrio tra rispetto del materiale originario e ricerca sonora. 

Un lavoro che parla di identità e memoria, ma che allo stesso tempo si inserisce con naturalezza nel linguaggio universale del jazz.

Ascolta Love Songs from Abruzzo su Spotify 

Tracklist: Vola vola vola; Paese me; Tutte le funtanelle; L'acquabbelle; Mare nostre; Na casetta a La Maiella; Lu 'bbene che j' te vuje; Din don

lunedì 9 marzo 2026

Furio Chirico's The Trip / Atlantide 2025

Furio Chirico's The Trip / Atlantide 2025 


 (Ma.ra.cash Records / 2025)

Sgomberiamo subito il campo da possibili fraintendimenti; non si tratta di un’operazione nostalgica, non è un sequel e neppure una ripetizione. Atlantide 2025 nasce come rilettura contemporanea di Atlantide, uno dei manifesti del progressive italiano dei primi anni ’70, ma sceglie consapevolmente di non vivere di riflesso. Nel 1972 il trio composto da Joe Vescovi, Arvid Andersen e Furio Chirico trasformava I Trip in una creatura prog visionaria, dopo gli esordi beat e psichedelici segnati anche dalla presenza di Ritchie Blackmore. Quel passaggio segnò uno scarto identitario netto: meno influenza britannica di maniera, più ambizione strutturale, più tensione concettuale. Oggi, a oltre cinquant’anni di distanza, l’unico membro sopravvissuto di quella stagione torna su quel materiale non per celebrarlo, ma per interrogarlo. E le parole sono chiare: “Il mondo non è cambiato dal 1972. Anzi, è solo peggiorato. Siamo solo diventati più arrabbiati.” Questa rabbia, più matura e meno idealista, attraversa l’intero album. L’impianto ricalca quello dell’opera originale, ma la scrittura e in particolare gli arrangiamenti puntano su un impatto più diretto e muscolare. Le parti di chitarra assumono un ruolo più incisivo, la sezione ritmica è più compatta, meno dilatata rispetto alle soluzioni tipicamente settantiane. L’apertura con “Ouverture 2025”, brano inedito dedicato a Joe Vescovi, è una dichiarazione programmatica: non semplice citazione, ma atto di continuità spirituale. È un ponte emotivo tra due epoche, non un esercizio di filologia prog. Laddove l’Atlantide del 1972 era figlia di un’utopia ancora in costruzione, qui il clima è più disilluso. Il senso di déjà vu evocato dal concept non è solo musicale, ma storico: la sensazione che nulla sia davvero cambiato, se non la consapevolezza. Elemento di grande valore è il mini doc-film incluso, accessibile tramite QR code e passcode. Si tratta di circa 17 minuti di materiali inediti del 1972 che mostrano il trio al lavoro nella leggendaria Villa Rosso, tra registrazioni, momenti di vita quotidiana e interviste d’epoca. Non è un semplice extra: è una chiave interpretativa. Vedere quei frammenti oggi permette di cogliere meglio il senso di questa nuova operazione. Non si tratta di archeologia musicale, ma di continuità culturale. Va ricordato che Furio Chirico non è solo memoria storica dei Trip, ma anche fondatore degli Arti & Mestieri, realtà che ha portato la ricerca ritmica e tecnica del prog italiano verso territori ancora più sofisticati. In Atlantide 2025, pubblicato prima in Giappone e più di recente in Europa, questa doppia anima si percepisce: da un lato l’eredità sinfonica, dall’altro una maggiore solidità strutturale ed un controllo dinamico più moderno. Il gruppo, che si appresta ad affrontare alcune date in Giappone a fine aprile, è composto da: Furio Chirico (battera e percussiuoni); Paolo "Silver" Silvestri (tastiere); Giuseppe "Gius" Lanari (basso e voce), ora sostituito da Alessio Trapella e Marco Rostagno (chitarre). Non è questione di confrontarlo con il 1972 sul piano romantico. Va ascoltato oggi. È un disco che dialoga con la propria storia senza farsi schiacciare dal peso del mito. È meno ingenuo, più consapevole, forse più duro. E proprio per questo necessario.

Tracklist:  Ouverture 2025; Atlantide; Evoluzione; Leader; Energia; Ora X; Analisi; Distruzione; Il Vuoto; Coral (bonus track per la versione giapponese)



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